
Musica giovane, dal vivo: un lungo articolo sulle origini africane del blues e del jazz, con un titolo che oggi nessun giornale potrebbe stampare, 1973
Ouende, Ouende, Macaya! L'articolo è serio e documentato; il titolo usa la parola che nel 1973 era ancora corrente nelle redazioni.
Nel 1973, nella rubrica Musica giovane, un articolo dal vivo ricostruisce le origini africane della musica afroamericana. Se da una parte l'esperienza americana aveva contribuito a modificare radicalmente i canti di lavoro africani nei loro aspetti contenutistici e linguistici, dall'altra essa era riuscita ad intaccare solo superficialmente le loro caratteristiche africane più strettamente musicali: l'intonazione vocale del cantante e soprattutto i ritmi sono palesi reminiscenze africane nella musica afro-americana. L'articolo cita gli studi di A.M. Jones sulla tecnica della voce un po' rauca dei canti di lavoro e dei blues, che proviene direttamente dalla tradizione musicale dell'Africa occidentale, e spiega come nelle lingue africane si possa mutare il significato di una parola alterandone l'intonazione o l'accento. L'aspetto peculiare più importante della musica africana è quello ritmico: l'abitudine di battere i tamburi al fine di riprodurre foneticamente le parole sviluppò un alto e raffinato senso ritmico, che permetteva di sovrapporre due o più schemi ritmici diversi per una stessa melodia. Il titolo e parte del testo usano il termine allora corrente nella stampa italiana e ticinese, oggi inaccettabile: lo riportiamo perché è parte del documento.
Testo integrale del ritaglio
Musica giovane — Dal vivo Ouende, Ouende, Macaya! E venne la musica dei negri Se da una parte l'esperienza americana aveva contribuito a modificare radicalmente i canti di lavoro africani nei loro aspetti contenutistici e linguistici, dall'altra essa era riuscita ad intaccare solo superficialmente le loro caratteristiche africane più strettamente musicali. Infatti la deviazione dei canti di lavoro e in seguito del blues dalla musica diatonica, l'intonazione vocale del cantante e soprattutto i ritmi sono palesi reminiscenze africane nella musica afro-americana. A proposito della qualità di tono e di timbro di un cantante africano o negro-americano, citiamo: «La tecnica della voce un po' rauca dei canti di lavoro e dei blues proviene direttamente dalla tradizione musicale dell'Africa occidentale... Nelle lingue africane si può mutare il significato di una parola semplicemente alterandone l'intonazione o l'accento: più o meno allo stesso modo in cui con un semplice spostamento della lingua si può trasformare la parola "yeh" da semplice risposta in palese provocazione. I filologi definiscono tale tono significante come "combinazione di intonazione e timbro" mediante la quale si provocano mutamenti di significati nelle parole. Questo procedimento era fondamentale nel parlato e nel canto degli africani dell'Ovest, e si trasmise ai negri del Nuovo Mondo» (Jones, Op. cit. pp. 45-6). Ma l'aspetto peculiare più importante e più appariscente della musica africana è senz'altro quello ritmico. L'abitudine di battere i tamburi al fine di riprodurre foneticamente le parole e quindi comunicare per il loro tramite, sviluppò negli africani un alto e raffinato senso ritmico, il quale permetteva loro (e permette tuttora) di ricercare continui effetti ritmici polifonici o contrappuntistici, cioè di sovrapporre 2 o più schemi ritmici diversi per una stessa melodia, nonché di usare strumenti di diverso timbro in modo da produrre contrasti armonici. «...il negro, illudendosi oltre misura sulla sua recente emancipazione, credeva di potersi elevare al livello del bianco se si fosse comportato come lui...».